Should I Stay or Should I Go?Tempo di lettura stimato: 9 min

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Partire con la valigia e mobilità

di Loreta Cannito e Dario D’Ingiullo

Era il 1981 quando Mick Jones, cantante e chitarrista dei The Clash, scrisse il testo di quello che sarebbe diventato uno dei singoli più rappresentativi della band e della storia della musica. Il titolo del brano, “Should I stay or should I go?”, letteralmente tradotto “Dovrei restare o andare via?” cattura perfettamente la sensazione di dubbio ed incertezza che ciascuno di noi affronta quando è chiamato a compiere una scelta tra diverse alternative, tra possibili scenari futuri della propria vita. Mentre nella canzone dei The Clash l’oggetto della decisione è la fine di una relazione amorosa, nell’articolo di oggi cercheremo di capire quali sono i fattori che spingono un individuo a scegliere di lasciare il luogo di origine per stanziarsi altrove, ovvero cosa causa la mobilità.

MOBILITA’ UMANA

Migranti a Ellis IslandLa caratteristica fondamentale che contraddistingue il fenomeno della mobilità umana è la sua storicità. Da sempre infatti la migrazione è stata una risposta necessaria alla sopravvivenza (i.e. migrazione forzata) prima ancora che rappresentare una possibilità di miglioramento della propria qualità di vita (i.e. migrazione volontaria) (Faggian, Rajbhandari & Dotzel, 2017). Negli ultimi decenni il fenomeno ha assunto proporzioni e caratteristiche sempre più rilevanti, trend che è stato sostenuto dalla crescente globalizzazione che ha reso meno ardua l’idea di confrontarsi con un’altra cultura (che ormai non è più così differente dalla nostra!) e dalle innovazioni nel settore dei trasporti che hanno reso sempre più veloci ed economici gli spostamenti intranazionali ed internazionali.

Escludendo i casi in cui la migrazione è dovuta a difficoltà economiche e a violazioni dei diritti umani, perché le persone decidono di spostarsi? Le ragioni alla base di tale decisione possono essere molteplici e la complessità del fenomeno richiede il coinvolgimento di diversi settori scientifici, dalla psicologia all’economia passando per la demografia (Etzo, 2008).

CAUSE DELLA MOBILITÀ

In un lavoro pionieristico degli anni sessanta Sjaastad definì la scelta di migrare come il risultato della massimizzazione di una funzione di utilità attesa da parte di decisori razionali (Sjaastad, 1962). Di conseguenza, la decisione dipenderebbe da un confronto tra costi e benefici della migrazione:

(1)

dove i denota il luogo di origine, j il luogo di destinazione, r il tasso di sconto e T il periodo di vita.

Solo pochi anni più tardi, Harris e Todaro (1970) proposero una riformulazione teorica del modello sostenendo che, non tanto una computazione dei costi e dei benefici, quanto i differenziali salariali e occupazionali tra le due aree potessero spiegare il fenomeno della mobilità. In particolare, la decisione di spostarsi ha luogo nei casi in cui è soddisfatta la seguente equazione:

(2)

Come possiamo notare, l’equazione oltre ad attualizzare (applicando il tasso di sconto r) i possibili salari futuri compresi nel periodo da 1 a T, tiene anche conto della probabilità di trovare un impiego nel luogo di destinazione come dimostrato dal tasso di occupazione pj. Tuttavia, il limite principale di tale modello risiede nella sua incapacità di spiegare i casi in cui, benché soddisfatta l’equazione precedente, l’individuo decide di non migrare.  In altre parole, quali sono i fattori omessi nel modello che potrebbero contribuire a spiegare la scelta di migrare? E perché a parità di condizioni alcuni decidono di restare mentre altri decidono di partire?

Nel tentativo di dare una risposta a questi interrogativi, lavori più recenti hanno analizzato caratteristiche diverse da quelle puramente economiche fino ad ora prese maggiormente in considerazione (e.g. reddito pro capite, tasso di disoccupazione, livello salariale). Tra questi, alcuni hanno evidenziato come alcune caratteristiche personali (età, genere, livello di istruzione ecc.) possano contribuire a spiegare la scelta. Per esempio, da un recente studio che si è avvalso di una banca dati Istat su giovani italiani intervistati a tre anni dal conseguimento del titolo di laurea è emerso che la probabilità di migrare aumenta per individui più giovani, sposati e i cui genitori hanno un alto livello di istruzione. Anche il proprio livello di istruzione sembra giocare un ruolo chiave: il voto di laurea, l’aver frequentato master, corsi di specializzazione e dottorati di ricerca ha un impatto sulla mobilità. D’altra parte, anche i fattori socio- economici ed istituzionali del luogo di partenza e di quello di destinazione (e.g. livello di corruzione, qualità dei servizi pubblici, partecipazione sociale) contribuiscono ad influenzare la decisione di spostarsi (Nifo & Vecchione, 2014). Non da meno, recentemente è stata rivolta molta attenzione anche agli aspetti cognitivi e di personalità che possono influenzare la scelta (e.g. Jokela, 2009; Koikkalainen et al., 2015). In particolare, è stato proposto un modello (fig.1) che spiega come il raggiungimento della decisione finale sia anche funzione del particolare stato cognitivo del potenziale migrante. In particolare, la decisione richiederebbe tre passaggi: tra la consapevolezza di avere la possibilità di trasferirsi e il momento migratorio vero e proprio, gli autori collocano uno stadio intermedio che definiscono “Migrazione Cognitiva” (Kyle et al., 2011). Tale costrutto fa riferimento alla capacità di visualizzare se stessi in un altro tempo e in un altro luogo nel futuro. L’ipotesi degli autori è che una più approfondita analisi di tale fase della decisione migratoria permetterebbe di far luce su quali siano, da un punto di vista cognitivo, le condizioni che favorirebbero la partenza. Tra queste, le abilità di ragionamento controfattuale (Byrne, 2005) e le abilità immaginative (Beach, 1998; Markman et al., 2009) sono quelle che hanno ricevuto maggiore attenzione.

Three migration moments
Fig.1 Modello decisionale della migrazione (Kyle et. al, 2011)

 

MOBILITA’ SCIENTIFICA

Nel 2012 con il questionario GlobSci è stato chiesto ad oltre 16.000 ricercatori cosa li spingesse a spostarsi.

Mobilità studenti
Photo by Jonathan Daniels, Unsplash

Tra le motivazioni più citate ritroviamo la possibilità di lavorare con un team di ricerca specifico o per l’istituzione del luogo di destinazione e la possibilità di migliorare le proprie prospettive di carriera. I risultati del questionario hanno anche mostrato che circa il 40% dei ricercatori che hanno scelto di trasferirsi continuano ad intrattenere legami di ricerca con colleghi del paese di origine e considerano utile, per la qualità scientifica delle proprie produzioni, tali collaborazioni (Scellato et al., 2012). Dai risultati del questionario infatti emerge anche come la mobilità in ambito scientifico condizioni positivamente il prodotto della ricerca: i ricercatori che hanno deciso di spostarsi producono pubblicazioni scientifiche qualitativamente migliori rispetto ai ricercatori che hanno deciso di non farlo. Una possibile spiegazione è che i ricercatori “mobilitati” hanno una maggior probabilità di entrare in contatto con network di ricerca internazionali (Franzoni et al., 2012).

Non vi è dubbio quindi che la mobilità scientifica produca numerosi vantaggi, non solo per le singole carriere ma per la qualità della ricerca scientifica in generale. In un recente articolo gli autori passano in rassegna numerosi aspetti che influenzano la decisione di un giovane neuroscienziato di spostarsi in un altro laboratorio. Tra questi, oltre le barriere linguistica e il distacco dai propri cari, vi è la difficoltà di stabilire in quale momento della propria carriera sia più proficuo spostarsi. Il momento migliore sembrerebbe essere, secondo gli autori, il periodo immediatamente successivo al conseguimento del dottorato di ricerca, quando ormai sono state acquisite le competenze necessarie a muovere i primi passi in autonomia ma si è ancora abbastanza giovani da poter assumere con facilità altri punti di vista. Inoltre, non meno importante, la giovane età è, teoricamente, accompagnata dall’assenza di legami familiari vincolanti che certamente non facilitano la scelta di andare via.  (Grubb et al., 2016).

D’altra parte il sottile equilibrio tra brain circulation e brain drain ha dato vita ad un acceso dibattito. Se da una parte, nell’ottica “circolazionista” lo spostamento di persone altamente qualificate è considerato come positivo, assunto che i flussi di mobilità sono visti come policentrici, temporanei e soggetti a fenomeni di scambio (Gaillard & Gaillard, 1997), dall’altra l’attrazione di professionisti verso paesi che, più di altri, sostengono economicamente la ricerca e lo sviluppo presenta anche conseguenze negative dacché in alcuni territori si rischia di pervenire ad un saldo negativo tra entrate e uscite di personale qualificato.

 

PER CONCLUDERE…

Benché, come già detto in apertura, il fenomeno della mobilità umana (in particolare se si parla di scienziati ed artisti) sia antico come il mondo, c’è una sostanziale differenza rispetto al passato poiché grazie ai numerosi e continui avanzamenti tecnologici è oggi possibile avere informazioni ulteriori prima di compiere una scelta (e.g. l’app “Where we’re from” vi aiuta a conoscere i flussi migratori di qualsiasi Paese), ricevere consigli sul luogo di destinazione (’app “Teleport” vi aiuta a decidere dove trasferirvi) ma soprattutto, oggi è possibile vedere e ascoltare persone lontane grazie ai numerosi sistemi di videochat e social networking esistenti (o in alternativa l’app “Holo” vi permette di creare ologrammi di animali e persone!

References e approfondimenti:

  1. Beach, Lee Roy (Ed.) (1998) Image Theory: Theoretical and empirical foundations.Mahwah, NJ: Erlbaum
  2. Byrne, Ruth M. J. (2005) The Rational Imagination. How People Create Alternatives to Reality. Cambridge, MA: MIT Press.
  3. Epstein, G. (2008) Herd and Network Effects in Migration Decision-making. Journal of Ethnic and Migration Studies 34 (4): 567–583.
  4. Etzo (2008) Determinants of Interregional Migration in Italy: A Panel Data Analysis.
  5. Faggian, A., Rajbhandari, I., & Dotzel, K. R. (2017). The interregional migration of human capital and its regional consequences: a review. Regional Studies51(1), 128-143.
  6. Fawcett, J. T. (1985) Migration Psychology: New Behavioral Models. Population and Environment 8 (1–2): 5–14.
  7. Franzoni, C., Scellato, G.& Stephan, P. (2012) Foreign-born scientists: mobility patterns for 16 countries.  Biotechnol., 30, 1250–1253.
  8. Gaillard, J., and A. M. Gaillard. 1997. The international mobility of brains: Exodus or circulation?
    In The International Mobility of Brains in Science and Technology [Special issue], guest edited by Jacques Gaillard, Science, Technology & Sociew 2 (2): 195-228
  9. Grubb, M. S., Hoogenraad, C. C., Schwabe, L. and López-Bendito, G. (2016) Moving on: mobility for early-career neuroscientists. Eur J Neurosci, 44: 2285–2290.
  10. Harris, J. R. and Todaro, M. P. (1970). Migration, Unemployment and Development: A Two-Sector Analysis. The American Economic Review, 60(1), 126-142.
  11. Jokela, M. (2009) Personality Predicts Migration within and between US States.” Journal of Research in Personality43 (1): 79–83.
  12. Kyle, David (2000) Transnational Peasants: Migrations, Networks, and Ethnicity in Andean Ecuador. Baltimore: Johns Hopkins University Press.
  13. Kyle,  J., and S.Koikkalainen (2011) “Cognitive Migration: The Role of Mental Simulation in the (Hot) Cultural Cognition of Migration Decisions.” Working Paper, Cognition and Culture Workshop, London School of Economics.
  14. Markman, Keith D, and Klein, William M.P. & Suhr, Julie A. (2009) Handbook of imagination and mental simulation, New York, NY: Psychology Press.
  15. Nifo, Annamaria and Vecchione, Gaetano, (2014), Do Institutions Play a Role in Skilled Migration? The Case of Italy, Regional Studies48, issue 10, p. 1628-1649.
  16. Sjaastad, L.A. (1962) The Costs and Returns of Human Migration. Journal of Political Economy, 70, 80-93.
  17. Xu, H., Zhang, Y., & Wu, B. (2017). Association between migration and cognitive status among middle-aged and older adults: a systematic review. BMC Geriatrics, 17, 184.
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